Giurisprudenza - CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 12 aprile 2017, n. 9475

Tributi - Contenzioso tributario - Disposizione delle spese processuali del giudizio

 

Fatti di causa

 

1. La Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, sezione distaccata di Messina, con la sentenza n. 66/02/09, depositata il 19.02.2009 e non notificata, ha accolto parzialmente l'appello del contribuente Z.G., riconoscendo la spettanza degli interessi per il ritardato rimborso delle imposte pagate ed escludendo la rivalutazione monetaria.

2. La controversia era nata a seguito dell'impugnazione proposta dai contribuente avverso il silenzio rifiuto dell'Amministrazione in merito alla istanza di rimborso della quota IRPEF, a suo dire, indebitamente trattenuta all'atto della liquidazione del TFR, con richiesta della riliquidazione dell'indennità, della rivalutazione monetaria secondo gli indici ISTAT sulle somme riconosciute in restituzione, oltre interessi secondo quanto previsto dall'art. 7, comma 2, della legge 16 settembre 1985, n. 482.

3. Il contribuente e l'avv. M.F. in proprio, in quanto già costituitosi in fase di gravame, ricorrono per cassazione su due motivi, corroborati da memoria ex art. 378 cod. proc. civ. La Agenzia delle Entrate replica con controricorso.

 

Ragioni della decisione

 

1.1. Il primo motivo, con il quale si denuncia la violazione dell'art. 324 cod. proc. civ., in conseguenza del travolgimento del giudicato interno formatosi sulla pronuncia di condanna alla rifusione delle spese processuali del giudizio di primo grado in favore del contribuente, e dell'art. 336 cod. proc. civ. (art. 360, primo comma, num. 3 e 4, cod. proc. civ.) è fondato.

Il ricorrente, dopo avere ricordato che il primo giudizio si era concluso favorevolmente, con il rimborso delle ritenute fiscali indebitamente trattenute e con la condanna dell’Amministrazione alla rifusione delle spese di lite, fa rilevare che la CTP aveva trascurato di disporre la distrazione a favore dell'Avvocato anticipatario e che ciò era stato oggetto di specifico motivo di appello, mentre la condanna alle spese non era stata impugnata dall'Agenzia; il giudice di secondo grado, disattendendo la domanda e pur avendo parzialmente accolto l'appello del contribuente con riferimento a quanto spettante a titolo di interessi, aveva disposto la compensazione delle spese di lite per entrambi i gradi del giudizio così modificando in peius la precedente statuizione e travolgendo il giudicato interno formatosi sul capo relativo alla pronuncia di condanna della sentenza di primo grado.

1.2. L'iter processuale, rilevabile per autosufficienza dal ricorso, evidenzia che la condanna alle spese in danno dell'Agenzia non era stata oggetto di gravame e che la seconda decisione è stata ugualmente favorevole al contribuente, anche se ampliando il riconoscimento delle sue spettanze dal riliquidato TFR agli interessi.

Come già affermato da questa Corte, il potere del giudice d’appello di procedere d'ufficio ad un nuovo regolamento delle spese processuali, quale conseguenza della pronunzia di merito adottata, sussiste in caso di riforma in tutto o in parte della sentenza impugnata, in quanto il relativo onere deve essere attribuito e ripartito in relazione all'esito complessivo della lite mentre, in caso di conferma della sentenza impugnata, la decisione sulle spese può essere dal giudice del gravame modificata soltanto se il relativo capo della sentenza abbia costituito oggetto di specifico motivo d'impugnazione (così Cass. n. 11423 del 01/06/2016, n. 15483 del 11/06/2008, n. 4052 del 19/02/2009).

Nel caso in esame, in seguito all'appello del contribuente la CTR ha confermato la soccombenza della Agenzia, solo estendendone la portata agli interessi, sicché non vi è stato un mutamento dell’esito complessivo della lite che imponesse una rideterminazione officiosa delle spese di primo grado. Pertanto la sentenza di appello è priva di effetti su un provvedimento (la condanna alle spese della controparte) che non dipendeva dalla riforma e che risulta passato in giudicato per mancata impugnazione.

Ne consegue l'accoglimento del motivo, mentre va disattesa l'eccezione di carenza di interesse sollevata dall'Agenzia e fondata sulla erronea interpretazione del motivo quale sollecitazione dello pronuncia di distrazione che, al contrario, non è più stata riproposta.

2.1. Il secondo motivo, con il quale si denuncia la violazione dell'art. 1224 cod. civ. (art. 360, primo comma, num. 3, cod. proc. civ.) per non avere riconosciuto la CTR il maggior danno da svalutazione monetaria sulle somme a rimborsarsi, è infondato. Secondo il ricorrente, contrariamente a quanto statuito dai giudici di appello, la rivalutazione monetaria è stata ritenuta da questa Corte applicabile anche alle pretese restitutorie vantate dal contribuente in sede di contenzioso tributario; i ricorrenti richiamano inoltre il principio affermato dalle Sezioni unite con sentenza n. 19499 del 16/07/2008 secondo cui, in caso di ritardato pagamento di un’obbligazione di valuta, il maggior danno di cui all'art. 1224, comma secondo, cod. civ., può ritenersi esistente in via presuntiva / per qualunque creditore.

Tale prospettazione non può essere condivisa.

Questa Corte (Sez. 5, n. 26403 del 30/12/2010; Sez. 5, Ord. n. 26910 del 14/12/2011; Sez. 5, n. 3125 del 12/02/2014; Sez. 6 - 5, Ord. n. 7803 del 20/04/2016, Sez. 5, n. 27299 del 29/12/2016) ha già avuto modo di affermare il principio - cui il Collegio ritiene di dare continuità - secondo cui «in tema di obbligazioni pecuniarie costituite dai crediti di imposta, cui non sono applicabili l'art. 1224 cod. civ., comma 1 e art. 1284 cod. civ., stante la speciale disciplina dei d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 44 - relativa a tutti gli interessi dovuti dall'amministrazione finanziaria in dipendenza di un rapporto giuridico tributario - la specialità della fattispecie tributaria impone un'interpretazione restrittiva dell’art. 1224 cod. civ., comma 2; pertanto, il creditore non può limitarsi ad allegare la sua qualità di imprenditore e a dedurre il fenomeno inflattivo come fatto notorio, ma deve, alla stregua dei principi generali dell'art. 2697 cod. civ., fornire indicazioni in ordine al danno subito per l'indisponibilità dei denaro, a cagione dell'inadempimento, ed ad offrirne prova rigorosa». Nella specie, come è incontestato, nessuna allegazione in ordine alla sussistenza di un maggior danno risarcibile rispetto a quello già ristorato con il riconoscimento degli interessi, è stata effettuata dal contribuente onde la sentenza impugnata, su tale capo, rimane immune da censura.

3.1. In conclusione il ricorso va accolto sul primo motivo, infondato il secondo; la sentenza impugnata va cassata nei limiti del motivo accolto, con rinvio a diversa Sezione della C.T.R. della Sicilia, sezione distaccata di Messina, per la corretta applicazione del principio enunciato e per la liquidazione anche le spese del presente giudizio.

 

P.Q.M.

 

- accoglie il primo motivo di ricorso, infondato il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia alle Commissione tributaria regionale della Sicilia, sezione distaccata di Messina, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.